La poetica dell’impronta

Note sull’opera di Sara Bernabucci

All’inizio, alla radice dell’immagine, Sara Bernabucci pone sempre un frammento di realtà:un brandello di tessuto, una matassa di fili, una stoffa ricamata. Entrando nell’opera come impronta queste matrici perdono la loro definizione e riconoscibilità per darsi come traccia e ombra. La matrice originale è infatti trasformata continuamente attraverso processi di stampa che sfruttano la polvere di grafite per ottenere tutte le sfumature che segnano il degradare dal nero-buio al bianco-luce. Per comprendere l’opera di Sara Bernabucci è necessario riflettere sulle tecniche di “stampa” e “mappatura” sviluppate e messe a punto dall’artista stessa negli ultimi anni. Utilizzando come riferimento la classificazione semiotica dei segni proposta da Charles Sanders Peirce si può affermare che i lavori di Sara Bernabucci appartengono alla categoria dell’ “indice”, ossia a quella specifica tipologia di segni che possiedono una relazione di “connessione fisica” con l’oggetto cui si riferiscono. In questo insieme di segni Peirce annovera anche la fotografia analogica a cui, non a caso, si può fare riferimento per meglio comprendere la tecnica artistica sviluppata da Sara Bernabucci.

Le immagini realizzate con la polvere di grafite si fondano infatti sullo stesso principio alla base del negativo fotografico: le zone bianche di pura luce corrispondono alle zone che la matrice ha protetto e difeso dal contatto con la polvere nera che si addensa, fino a diventare profonda e avvolgente, ai margini della matrice stessa. Le stoffe ed i fili disposti sul supporto cartaceo vengono coperti con polvere di grafite, attentamente calibrata e dosata per ottenere una specifica vibrazione di luce. I piccoli grani neri penetrano a fondo nelle zone in cui la trama del tessuto si dirada e perde compattezza rivelandone gli intrecci sottili ed impercettibili, quei percorsi che l’occhio non può cogliere e che solo il tatto, il contatto rivela. Attraverso la grafite l’artista coglie così la superficie sensibile del tessuto; per questa ragione i suoi lavori suscitano un potente effetto sinestetico, si offrono alla vista ma ci chiedono di essere sentiti come valori e sensazioni tattili.

La tecnica dell’impronta sviluppata da Sara Bernabucci non va dunque considerata come un mero strumento, un mezzo in vista di un fine, ma come un processo dotato di un senso profondo in linea con la poetica generale dell’artista. La tecnica-poetica dell’impronta ripropone analogicamente il contatto tra l’uomo e il mondo come un legame che è sempre un toccare, un entrare in rapporto che va oltre, o meglio viene prima, del determinare e concettualizzare.

Siamo ad un livello di realtà ulteriore che precede la comprensione logica e intellettuale; qui il mondo ci tocca senza diventare forma definita ma dandosi come forza, come buio in cui sprofondare, come luce che ci abbaglia. Nella “ Nascita della tragedia” Nietzsche afferma che “la sfera dell’arte non si trova al di fuori del mondo, come una fantastica impossibilità di un cervello poetico: essa vuol essere l’esatto contrario, la non truccata espressione della verità”. Il problema diventa allora comprendere quale idea di realtà è sottesa, si nasconde sotto l’opera di un artista.

Per Sara Bernabucci l’arte è essenzialmente un fare, un produrre che si rivolge all’aesthesis prima di arrivare al vedere inteso come intelligere, come vedere con gli occhi della mente. Le opere di Sara Bernabucci colgono il segno prima che diventi concetto astratto quando ancora conserva la concretezza del corpo e il suo legame primigenio con l’essere sensibile dell’uomo.

Come delle parole si può ripercorrere la filologia, così delle forme di luce e aria di Sara Bernabucci si può ricostruire la storia leggendo la superficie pittorica come una multiforme stratigrafia. Le impronte delle stoffe simulano veli trasparenti che si sovrappongono e si slabbrano fino a diventare fili di luce pura che hanno la morbida densità di capelli femminili. Dove la luce si accende e domina, le sedimentazioni diventano impalpabili ed eteree, distinguibili solo per minime sfumature di bianco.

Ogni tonalità e intensità di luce, dalle forme bianco su bianco fino al buio fondo e assorbente, produce un effetto di vibrazione che attraversa tutta la composizione. Questo effetto è generato dai piccoli grani di grafite che riflettono la luce singolarmente, ognuno secondo una propria direzione.

Negli ultimi due anni le opere in grafite hanno progressivamente abbandonato il formato tradizionale del quadro fino a prendere la forma di grandi rotoli monumentali installati direttamente nello spazio architettonico. Sospesi sul soffitto come grandi vele o installati a parete come cascate verticali, i rotoli hanno rotto la bidimensionalità del supporto cartaceo e guadagnato un valore plastico e volumetrico.

Il cammino verso la terza dimensione appare come un dato ormai acquisito anche nella recente serie di opere denominata “Fazzoletti”.

In queste piccole sculture parietali di veli di organza l’opera torna a costruirsi sulla stratificazione e sulla sovrapposizione. Ad un primo velo trasparente disegnato ne viene connesso un secondo grazie ad un sottile ricamo che si snoda come un delicato e luminoso arabesco. L’opera prende poi la sua struttura definitiva nella fase dell’installazione quando acquista volume e tridimensionalità sottolineati dal vivo gioco di ombre.

L’elemento del velo, o meglio della sedimentazione e stratificazione delle velature, si rivela ora come il filo rosso che tiene unito tutto il lavoro di Sara Bernabucci. Nelle sue opere la forma si apre su se stessa, diventa diafana e trasparente per mostrarci la sua genesi, il processo della sua crescita e formazione. Per questo nell’opera di questa giovane artista la forma è sempre legata alla dimensione temporale, al suo essere Gestaltung, forma in divenire e mai Gestalt, forma data e definita una volta per sempre.

Segno e corpo” teatro dei Dioscuri, Roma/Galerie Bab Lakbir, Rabat (Marocco)

Marzo 2010

Giulia Giovanardi