E qualcosa rimane

Che strano: tra loro non si conoscevano. Barbara Salvucci e Sara Bernabucci, artiste romane uscite in anni diversi dall’Accademia di belle arti, non si erano mai incontrate. Ma quando, con Marta Fegiz, abbiamo visto le loro opere le abbiamo subito immaginate insieme. Un destino che si poteva già leggere nei loro nomi: stesse iniziali rovesciate e una buffa rima che fa pensare all’infanzia. La nostra amica Francesca mi ha detto: chiamalo Ucci ucci il tuo testo. Io ne sarei stata anche capace, ma l’attacco di Rimmel del solito De Gregori mi aveva già elargito il titolo ideale.

E poi sono i lavori a respirare allo stesso ritmo. Un mondo simile, un’energia lanciata nella medesima direzione che però prende vita da materiali diversi, lontani per sguardo, tattilità e anche peso. Tutto proteso verso quello che potremmo definire un inno alla leggerezza, intonato da entrambe in maniera irrevocabile.

Questa è una storia di tracce, di impronte, di quello che resta. Di uno scavo nella memoria, di piccoli enigmi dissotterrati e trasformati in quello che Goethe scrittore di Favola chiamerebbe un “segreto palese”. Tutte e due le artiste tessono l’eco lontana del loro racconto attraverso frammenti di cose che incontrano e da cui si fanno catturare. Soprattutto stoffe – pizzi, merletti, cordoncini, fili – perché queste trattengono la vita, hanno a che fare con il corpo, con la pelle, si indossano, coprono, proteggono, respirano con te. In questo caso sono la trama di un vissuto che ha trovato il suo narratore privilegiato nella polvere della grafite, su una carta, in un liquido trasparente e vibrante. Henriett, la bambina ebrea costretta a nascondersi nel romanzo di Magda Szabó Via Katalin, viene uccisa perché insegue la sua vita precedente negli odori dei camici, degli asciugamani, dei cuscini, degli abiti che trova gettati nel suo vecchio giardino. Eppure ricomparirà ancora, come se annusando il suo passato si fosse immunizzata dalla morte.

Tra le stoffe si sedimentano le tracce dell’esistenza. Che vi restano impresse come fossili invisibili. Barbara e Sara ne vanno a caccia per ricomporre qualcosa di nuovo che brilla di una vitalità sotterranea. Un Soffio dove “bussava il vento come un uomo stanco”, come in un verso di Emily Dickinson. O magari un Incanto nero in cui il vuoto è sconfitto, o forse solo ferito, dall’Eros. Anche se questo può diventare Inganno e ricondurci al punto di partenza, all’universo in bianco e nero da cui tutto ha origine e in cui le nostre due artiste si muovono, un po’ vestali e un po’ fantasmi, perfettamente a loro agio.

La Salvucci imprigiona perline che disegnano e capelli inventori di intarsi, fissa per sempre “il delicato bronzo delle foglie” per dirla con Borges, rivela abiti fluttuanti di divinità marine abbandonate. Il suo Bianco dimenticato evoca ancora un’immagine di de Gregori, il mozzo di bordo attratto e impaurito perché c’è in mezzo al mare una donna bianca, così enorme alla luce delle stelle, così bella che di guardarla uno non si stanca.

Distese di boschi di latte, prati di neve, siepi di zucchero filato da divorare con lo sguardo, briciole di polvere argentata caduta da una notte di luna piena sono i paesaggi che srotola davanti a noi l’immaginario della Bernabucci. E poi fazzoletti, luoghi del pianto, su cui qualcuno ha ricamato lacrime, ma anche mappe di desideri ancora da realizzare. Ritagli di stoffa che custodiscono tesori, sogni raccolti da mani straniere che diventano sorelle.

Sara e Barbara lavorano sulla trasparenza, sulla riemersione, misurano il tempo necessario a ritrovare ciò che si smarrisce o magari si nasconde. Recuperano ciò che resta quando la marea si è ritirata. E lo ordinano, traducono l’emozione della riscoperta in forme e colori danzanti. Sara preferisce l’impronta, o meglio l’ombra, da interpretare come nella Grecia antica: una scrittura fatta con la luce. Le sue carte sembrano nascere da raggi di sole che filtrano attraverso i rami degli alberi. La immagino come una piccola ape che fa della grafite il suo polline. Barbara invece è attratta dalla materia, dal pezzo di realtà che nelle sue opere si trasforma in un riflesso. È come se disegnasse sull’acqua, accarezzandola, per farci guardare là dentro a ritrovare resti che hanno lo strano sapore di un’eternità ormeggiata tra le pieghe di brevi attimi felici.

Senza perdere il filo” Galleria Marte, Roma

Ottobre 2009

Lea Mattarella